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LUCRARE DE LICENTA FRANCEZA - ITALIANA - La formazione del femminile in italiano, Formarea femininului in limba italiana


UNIVERSITATEA DIN CRAIOVA

FACULTATEA DE LITERE

SECTIA FRANCEZA - ITALIANA

LUCRARE  DE  LICENTA




La formazione del femminile in italiano

Formarea femininului in limba italiana

Introduzione

Il nome o sostantivo è una parola che ha la funzione di indicare persone, animali, cose, concetti, fenomeni (ad es. bambino, gatta, martello, giustizia, tuono). Nessun idioma antico e moderno a noi noto, per quanto peculiari siano i suoi procedimenti grammaticali, e mai risultato privo della facoltà di nominare persone, cose, concetti: classificare, riconoscere, creare vuol dire da sempre “chiamare” con un nome; così, fin dalla prima infanzia, il nome che portiamo (Gino, Marco, Ciovanna, Luisa) fa un tutt’uno con noi e ci individua nel contesto familiare e sociale.

Il nome è una delle categorie lessicali di base. Accompagnato da un  determinante, il nome può rappresentare il soggetto di una frase minimale; acompagnato o no da una  preposizione, il gruppo formato da un nome ed uno o più determinanti può compiere qualsiasi funzione sintattica, meno quella di predicato verbale.

Il contesto caratteristico del nome è dunque la categoria dei determinanti omessi solo in certe situazioni sintattiche ed in alcune espressioni idiomatiche. Così, qualsiasi altra categoria lessicale può diventare un nome:

- aggettivi: “con tanta pratica degli uomini e delle cose, con tanto meditare, con tanta  passione per il buono e per il bello” (Manzoni, I promessi Sposi);

- avverbi: “quando si veniva a quel punto oscuro della fuga de’ nostri tre poveretti, del come, e del perché, e del dove” (Manzoni, I promessi Sposi);

- congiunzioni: “Non capisco il perché”;

- interiezioni: “Ieri notte ho sentito i suoi ohime”;

- preposizioni: “Devi completare gli spazzi con il per”;

- verbi: “Il rimembrar delle passate cose” (Leopardi, Alla luna);

- pronomi: “Torna a casa, perché i tuoi non abbiano a star più in pena per te”;

- numerali: “Avendo la bocca ancora aperta, per un gran ‘sei’ che n’era scoppiato fuori” (Manzoni, I promessi Sposi).

Tranne una sostantivizzazione più o meno occasionale, molti participi verbali si sono transformati in nomi e vengono usati con un certo senso come nomi: agente, brillante, comandante, ferita, offerta, presidente, scelta, tenente.

Rispetto al genere, il nome può essere maschile o femminile.

Per quanto riguarda le persone e gli animali, la classificazione è in relazione al sesso: lo scrittore, il padre, il gatto, il leone ecc. / la scrittrice, la madre, la gatta, la leonessa ecc.

            Però ci sono anche dei casi in cui il genere “grammaticale” e il genere “naturale” non coincidono. Per esempio, i nomi la guardia, la spia, la recluta, la sentinella ecc., pur essendo femminili sotto il profilo grammaticale, si usano anche per designare uomini.

            Con questi nomi, gli eventuali aggettivi e participi passati riferiti a essi devono, ovviamente, essere accordati al femminile, perché quello che conta è il genere grammaticale del nome. Così si dirà:

La sentinella è stata molto scrupolosa.

            Viceversa, vi sono alcuni nomi di persona di genere maschile che designano per lo più donne, come taluni termini specialistici del linguaggio della musica: il soprano, il mezzosoprano, il contralto. Gli eventuali aggettivi e participi passati riferiti a questi nomi devono, naturalmente, essere sempre accordati al maschile, in base al genere grammaticale del nome:

Luisa Verdi è un famoso soprano.

            Per i nomi di cosa, cioè per i nomi che indicano oggetti, concetti astratti o azioni, la distinzione tra il genere maschile e il genere femminile è puramente convenzionale.

1. I generi latini e i generi italiani

            Ogni sostantivo, sia latino sia italiano, deve appartenere a un genre; il genere, però, non è in tutti i sostantivi sullo stesso piano funzionale. In alcuni di questi sostantivi la distinzione dei due generi corrisponde ai due sessi naturali e l’opposizione dei generi è dunque funzionalmente rilevante. Si dive che in tali sostantivi il gerene è reale o naturale. Ad esempio:

            ALUMNUS ~ ALUMNA, HOMO ~ MULIER, BOS ~ VACCA ecc.

            alunno ~ alunna, uomo ~ donna, bue ~ vacca ecc.

            In altri sostantivi – che sono la maggioranza – un determinato genere non si oppone a un altro, o, se opposizione c’è, essa non corrisponde ai sessi, ma esprime opposizioni semantiche. Tale genere si chiama grammaticale e di regola non è motivato per la coscienza linguistica. Niente in latino giustifica il genere femminile di MANUS e quello maschile di PES. Analogamente, niente in italiano giustifica il genere maschile di muro e quello femminile di parete; oppure – in modo ancora più chiaro – il genere maschile di capo in opposizione al femminile di testa, il maschile di tavolo in opposizione al femminile di tavola (sinonimi) ecc.

            Il genere grammaticale comprende tutti e tre i generi corrispondenti ai tre grammemi (maschile, femminile, neutro); il genere reale, al contrario, oppone sono due generi, corrispondenti ai due sessi. Ciò non significa che non ci possano essere parole di genere neutro indicanti persone umane o, in genere, esseri viventi: tali sono, ad esempio, MANCIPIUM ‘schiavo’, INFANS ‘bambino’, ANIMAL ‘essere vivente’ poi animale’ ecc. Ma neppure in essi il genere è motivato: non ci sono esseri viventi di sesso neutro, e perciò una forma come MANCIPIUM non si oppone a un maschile * MANCIPIUS o a un femminile * MANCIPIA ecc.

            La triade dei generi va divisa in due opposizioni binarie, basate su due alternative: la prima separa i due generi reali dal neutro, la seconda divide i generi reali in maschile e femminile. La prima si può formulare come altenativa fra l’animato e l’inanimato, visibile particolarmente in determinati tipi di aggettivi.

            Dei due generi reali il femminile è il termine marcato dell’opposizione e il maschile è quello non marcato (HOMO, EQUUS; uomo, cavallo ecc., esprimono i concetti generali, l’insieme dei due sessi, senza precisazione del genere, ma esprimono anche particolarmente il sesso maschile; MULIER, EQUA; donna, cavalla non indicano mai l’insieme dei due generi, i concetti generali, ma specificano sempre il sesso).

            L’opposizione dei generi reali è espressa in latino in più modi:

            1) Con l’opposizione delle desinenze:

            ALUMNUS ~ ALUMNA, SERVUS ~ SERVS ecc.

MAGISTER ~ MAGISTRA, PUER ~ PUELLA ecc.

             2) Con l’opposizione delle desinenze, alle quali si aggiungono infissi speciali per il femminile:

            GALLUS ~ GALLINA

            PROPHETA ~ PROPHETISSA

3) Con l’alternanza di due varianti di un suffisso, proprie ciascuna di un genere (e in distribuzione complementare) e con le desinenze:

AMATOR ~ AMATRIX

4) con diversi lessemi, accompagnati dalle rispettive desinenze:

PATER ~ MATER

FRATER ~ SOROR

L’innovazione più importante nell’evoluzione dei generi latini è la perdita del neutro come genere funzionante, opposto agli altri due. A questa perdità hanno contribuito diversi fattori (cf. Tecavčić II 1982: 86-87):

1) La scarsa motivazione del genere grammaticale in generale, e, più specialmente per il neutro, la non-corrispondenza di questo genere a un sesso naturale.

2) Una tendenza già latina a far mutare i sostantivi neutri in sostantivi maschili.

3) Il sincretismo fra il maschile e il neutro nel genitivo, dativo e ablativo dei due numeri: CAMPI, CAMPO come BELLI, BELLO; CAMPORUM, CAMPIS come BELLORUM, BELLIS ecc. Vi si aggiunge il sincretismo nell’accusativo singolare della classe II: CAMPUM come BELLUM. Il maschile e il neutro si distinguono solo in una parte delle forme.

4) La confusione fonetica delle desinenze agisce nel medesimo senso: CAMPUS, CAMPUM, CAMPO si confondono in CAMPO come BELLUM e BELLO si confondono in BELLO, PANIS, PANEM, PANE si confondono in PANE come LUMEN diventa LUME ecc.

La convergenza di questi fattori ha portato alla scomparsa del neutro, cioè al suo “dileguo”, alla sua “dissoluzione”, di regola nel maschile e solo in casi molto più rari nel femminile. Si sono verificati poi anche i metaplasmi, gli spostamenti dei neutri CORPUS, TEMPUS dalla classe III alla classe II, e di quelli del tipo CORNU e simili dalla classe IV alla classe II.

Poiché il neutro è stato eliminato dal sistema morfematico italiano, la categoria del genere comprende due soli grammemi in italiano: il maschile e il femminile. Persino le parole in cui sopravvive un neutro originario – ma che oggi ovviamente non si sente più come funzionante – si accordano, con l’aggettivo, al maschile: ciò è bello come il libro è bello (cf. Tecavčić II 1982: 86-87).

Molto più raro è il passaggio dal neutro al femminile: menzioniamo RETE (n.) > rete (f.): TRIBUNAL è passato a tribuna in seguito alla caduta della /l/ e alla sua conseguente identificazione formale con i sostantivi in /a/ (classe I) (cf. Tecavčić II 1982: 88).

2. L’ espressione del genere nell’italiano contemporaneo

            Nell’italiano contemporaneo, rispetto al genere, il nome può essere maschile o femminile.

            Per quanto riguarda le persone e gli animali, la classificazione è in relazione al sesso: lo scrittore, il padre, il gatto, il leone ecc. / la scrittrice, la madre, la gatta, la leonessa ecc.

            Però ci sono anche dei casi in cui il genere “grammaticale” e il genere “naturale” non coincidono. Per esempio, i nomi la guardia, la spia, la recluta, la staffetta, la vedetta, la ronda, la sentinella ecc., pur essendo femminili sotto il profilo grammaticale, si usano anche per designare uomini.

            Con questi nomi, gli eventuali aggettivi e participi passati riferiti a essi devono, ovviamente, essere accordati al femminile, perché quello che conta è il genere grammaticale del nome. Così si dirà:

La sentinella è stata molto scrupolosa.

            Viceversa, vi sono alcuni nomi di persona di genere maschile che designano per lo più donne, come taluni termini specialistici del linguaggio della musica: il soprano, il mezzosoprano, il contralto. Gli eventuali aggettivi e participi passati riferiti a questi nomi devono, naturalmente, essere sempre accordati al maschile, in base al genere grammaticale del nome:

Luisa Verdi è un famoso soprano.

            Per i nomi di cosa, cioè per i nomi che indicano oggetti, concetti astratti o azioni, la distinzione tra il genere maschile e il genere femminile è puramente convenzionale.

            I mezzi er esprimere l’opposizione dei generi sono all’incirca la continuazione di quelli femminili:

            1) Desinenze:

            /o/ - /a/: cuoco – cuoca, sano – sana;

            /e/ - /a/: avventore – avventora.

            2) Desinenze + infisso speciale per il femminile, termine marcato:

            a) senza alternanza del lessema:

            gallo, lessema /gall/ + desinenza /Æ/;

            gallina, lessema /gall/ + infisso /in/ + desinenza /a/;

            b) con alternanza del lessema:

            re, lessema /re/ + desinenza /Æ/;

            regina, lessema /reg/ + infisso /in/ + desinenza /a/;

            3) Desinenza e sola alternanza del lessema, senza infisso:

            cane, lessema /kan/ + desinenza /e/;

            cagna, lessema /kann/ + desinenza /a/;

            4) Un suffisso speciale, espresso da due varianti complementari:

            portatore, lessema /port/ + infisso /ator/ + desinenza /e/;

            portatrice, lessema /port/ + infisso /atrič/ + desinenza /e/;

            In questo gruppo l’alternanza delle due varianti del suffisso è la sola espressione dell’opposizione dei generi.

            5) Due lessemi diversi:

            padre, lessema /padr/ + desinenza /e/;

            madre, lessema /madr/ + desinenza /e/.

            In italiano, il genere del nome si determina con l’aiuto del significato e della desinenza.

                                   

Secondo il significato, sono di genere maschile:

            i nomi degli alberi: l’abete, il ciliegio, il frassino, il salice, il melo, il pino, il pioppo, l’ulivo ecc.; ma sono abbastanza numerosi anche i femminili: la betulla, la magnolia, la palma, la quercia, la sequoia, la vite.

Per quanto riguarda vite, palma e quercia si può osservare che il nome del frutto relativo, uva, dattero e ghianda, non si forma dalla stessa radice del nome dell’albero, come invece accade per per-o / per/a, mel-o / mel-a ecc., e dunque il loro genere non è stato vincolato dall’opposizione ‘albero’ (maschile) / ‘frutto’ (femminile) che vige in molti casi (Serianni 1989: 108). Vite, inoltre, a differenza della maggior parte dei nomi di albero, ha mantenuto il genere femminile del latino VITIS perché, per il suo aspetto e per il tipo di coltivazione in filari e pergolati, è stata probabilmente sentita come ‘pianta’ più che come ‘albero’.

            i nomi dei metalli e degli elementi  chimici: l’oro, l’argento, il ferro, il bronzo, l’alluminio, il mercurio, il rame, lo zinco, il titanio; l’argo, l’ossigeno, l’idrogeno, l’uranio, lo zolfo ecc.;

            i nomi dei mesi e dei giorni della settimana (tranne la domenica, che deve il suo genere al latino tardo DIES  DOMINICA, femminile: letteralmente ‘giorno del Signore’): il bell’agosto, il breve febbraio, il freddo dicembre, il lunedì, il martedì, il mercoledì, il sabato ecc.;

            i nomi dei monti, dei mari, dei fiumi e dei laghi: i Carpazi, gli Appennini, il Mediterraneo, lo Jonio, l’Atlantico, il Po, il Tevere, il Garda ecc. Tutti questi nomi risentono quasi sempre, per il genere, del relativo iperonimo: il (monte) Falterona, il (fiume) Po, il (mare) Tirreno, tanto che spesso questo entra a far parte del nome proprio, per cui si può dire il Tirreno o il Mar Tirreno, e in alcuni casi è obbligatorio servirsene: possiamo dire indistintamente il Garda o il lago di Garda, ma non *il Bracciano per il lago di Bracciano né *il Bianco per il Monte Bianco ecc. (Serianni 1989: 108).

            Tra i nomi dei monti e dei fiumi, sono numerosi anche quelli femminili: le Alpi, le Dolomiti, le Ande, la Maiella, la Presanella, la Grivola, la Senna, la Drina, la Loira, la Vistola ecc. In molti casi si oscilla fra maschile e femminile: il Bormida o la Bormida, il Cecina o la Cecina ecc. Il Piave, oggi per lo più maschile (anche se in dialetto si dice ancora la Piau), fu in passato femminile: ma dal primo conflitto mondiale in poi, per il diffondersi della famosa Canzone del Piave di Giovanni Gaeta, e probabilmente anche per l’influsso di tutti gli altri nomi maschili di fiume, ha preso il sopravvento la forma maschile (Serianni 1989: 108). Lo stesso si dica per Brenta, femminile in Dante e prevalentemente maschile oggi.

            i nomi dei punti cardinali: il Nord (il Settentrione), il Sud (il Mezzogiorno o il Meridione), l’Est (il Levante, l’Oriente), l’Ovest (l’Occidente o il Ponente) e così i composti nord-est, sud-ovest ecc.

            - i nomi dei colori: il giallo, il rosa, il rosso, l’arancione, il viola ecc.

            - i nomi dei venti: il maestrale, lo scirocco, il libeccio (ma sono femminili la bora e la tramontana);

            - i nomi delle preghiere: il credo, il padrenostro, il gloria (ma è femminile l’avemaria);

            - i nomi dei vini: il Dolcetto, il Verdicchio, il Lambrusco; sono maschili anche i nomi di vini che corrispondono a nomi di luogo che terminano in -a e che sono femminili: il Gattinara, il Valpolicella ecc., e i nomi di vini uscenti in -i: il Chianti, il Tocai ecc. Marsala, Barbera, Freisa sono usati più spesso al maschile che al femminile: il Marsala / la Marsala, il Barbera / la Barbera ecc. Infine Malvasìa e Vernaccia si usano sempre e solo come femminili (Patota 2003: 45).

- molti nomi provenienti da lingue com l’inglese, che non hanno i generi: l’abstract, il badge, il boiler, il briefing, il budget, il business, il by-pass, il computer, il basic, l’account ecc.

Sono, invece, di genere femminile:

            i nomi dei frutti: la pera, l’arancia, la banana, l’uva, la pesca, l’albicocca ecc. Sono, però, numerosi anche i nomi maschili: il limone, il dattero, il fico, il mandarino, il pompelmo ecc.

            Sebbene la norma tradizionale prescriva la coppia arancio (albero) – arancia (frutto), fin da epoca antica s’è avuto anche il maschile arancio per indicare il frutto, uso che s’è continuato anche nella lingua letteraria più sorvegliata ed è oggi piuttosto comune. Non è da escludere che sull’affermazione del maschile arancio per il frutto abbia influito il fatto che sono maschili tutti gli altri nomi di agrumi, oltre a cedro e limone, bergamotto, chinotto, mandarino, pompelmo (Serianni 1989: 106).

            I nomi di frutti esotici sono prevalentemente maschili: l’ananas, l’avocado, il cachi, il kiwi, il mango ecc.

            i nomi delle scienze, delle discipline e, in genere, delle nozioni astratte: la matematica, l’astronomia, la psicologia, la biologia, la linguistica, la bontà, la giustizia, la pace, la fede ecc.

            Ma è la categoria di più incerta definizione, come si ricava dalla presenza, accanto a molti femminili, di sinonimi maschili: ad esempio, la giustizia / il diritto, la discordia / il disaccordo, l’allegria / il buonumore ecc.

            i nomi degli Stati e delle regioni: l’Italia, la Francia, la Toscana, la Calabria, la Campania, le Marche, l’Emilia-Romagna. Sono maschili: il Belgio, il Perù, l’Egitto, gli Stati Uniti, il Piemonte, il Friuli, il Lazio, l’Abruzzo (o: gli Abruzzi), il Trentino-Alto Adige ecc., oltre a molte sub-regioni e regioni storiche: il Bruzio (l’odierna Calabria), il Monferrato, il Salento ecc.;

            i nomi dei continenti, delle città e delle isole: l’Europa, l’Asia, la Roma dei papi, la sabauda Torino, l’affollata Milano, la Sicilia, la Sardegna, le Eolie  ecc. Sono maschili: il Cairo, il Pireo, il Madagascar ecc.

            In antico il genere dei nomi di città era perlopiù determinato dalla desinenza: “Palermo fu fabbricato”, “in un Milano” ecc. (Serianni 1989: 106).

            - molti nomi provenienti da lingue com l’inglese, che non hanno i generi: la clip, la card, la busines class, la connection, la corporation, la disco music, la fiction, la joint venture, le leadership ecc.

                                   

            Secondo la desinenza, sono di genere maschile:

i nomi con la desinenza in -o: il libro, il quadro, il treno, il discorso ecc. Molti nomi, però, sono femminili pur avendo la desinenza in -o: la mano, la dinamo, la radio, la biro. La parola eco è femminile al singolare (l’eco, una forte eco) e maschile al plurale (gli echi). Sono inoltre femminili molti nomi che terminano in -o per effetto di un accorciamento, come ad esempio: la moto (da motocicletta), la foto (da fotografia), l’auto (da automobile), la metro (da metropolitana; ma esiste anche il maschile il metrò, sul modello del francese) ecc.

            i nomi che terminano con una consonante. Per lo più si tratta di nomi di origine straniera: il bar, il film, il tram, il gas, il computer, lo sponsor, lo slogan, il toast, l’ananas. Ma, pur terminando in consonante, taluni nomi sono femminili perché femminili sono nella loro lingua originaria: la star, la miss, l’holding ecc.

            Sono, invece, femminili:

            i nomi con la desinenza in -a: la ragazza, la casa, la sedia, la terra ecc. Sono però maschili vari nomi derivanti dal greco, specie con la terminazione in -ma: il poema, il problema, il teorema, il cinema, il diploma, il dramma, lo stemma; e alcuni altri, come: il vaglia, il pigiama, il nulla. Sono maschili, nonostante la desinenza in -a, anche alcuni nomi propri, in gran parte di origine greca e di uso colto: Andrea, Enea, Cosma, Barnaba, Luca, Aminta ecc.

            i nomi con la desinenza in -i: la crisi, un’analisi, la tesi, la sintesi, l’oasi, la parafrasi, l(a) ascesi, l(a)artrosi ecc. Sono maschili: il brindisi (voce di origine tedesca), il bisturi, il safari, l’alibi.

            i nomi che terminano in - e : la bontà, la civiltà, la verità; la virtù, la gioventù, la servitù ecc. Questi nomi continuano i nomi latini femminili con accusativo -TATEM e -TUTEM. Sono maschili alcuni nomi in -ù di origine straniera: il tutù ‘costume delle ballerine’ (voce infantile), il caucciù, il tabù (Serianni 1989: 111).

           

Osservazioni:

a) I nomi con la desinenza in -e possono essere tanto di genere maschile quanto di genere femminile: il mare, il dente, il pane, il fiume, l’amore ecc.; la neve, la notte, la serie, la chiave ecc.

Incertezze possono sorgere di fronte a nomi poco usuali, anche presso parlanti e scrittori colti (Serianni 1989: 111). Così acme (come il termine greco da cui deriva), femminile, è trattato erroneamente come maschile in Tomasi di Lampedusa.

b) Per quanto riguarda i nomi provenienti da lingue com l’inglese, che non hanno i generi, riteniamo che i nomi che indicano una professione o un’attività svolta sia da uomini sia da donne possono essere usati sia come maschili sia come femminili, a seconda del contesto: il / la designer, il / la fan, il / la leader, il / la promotor, il / la supporter, il / la killer ecc.

*          *          *          *          *

            Non avendo una esistenza autonoma, l’aggettivo qualificativo non ha genere e numero propri, ma concorda nel genere e nel numero con il nome cui si riferisce:

                        un quaderno nuovo -  dei quaderni nuovi

 una casa nuova     -  delle case nuove

            Per quanto riguarda il genere e il numero, l’aggettivo qualificativo si comporta in maniera del tutto analoga al nome. Possiamo distinguere tre classi di aggettivi qualificativi:





alla prima classe appartengono gli aggettivi che presentano quattro desinenze, cioè gli aggettivi che cambiano la forma a seconda del genere e del numero, e presentano le desinenze: -o, per il maschile singolare; -i, per il maschile plurale; -a, per il femminile singolare; -e, per il femminile plurale:

un ragazzo alto - dei ragazzi alti

                        una ragazza alta - delle ragazze alte

alla seconda classe appartengono gli aggettivi che cambiano la forma solo a seconda del numero, e presentano due desinenze: -e, per il maschile e il femminile singolare, rispettivamente -i, per il maschile e il femminile plurale:

                        un uomo intelligente - degli uomini intelligenti

                        una donna intelligente - delle donne intelligenti

            alla terza classe appartengono gli aggettivi che al singolare escono in -a, sia
al maschile sia al femminile, e al plurale distinguono il maschile (in -i) dal femminile (in -e):

                        un uomo egoista - degli uomini egoisti

            una donna egoista - delle donne egoiste

            A questa classe appartengono gli aggettivi in: -ista (pessimista), -asta (entusiasta), -ita (ipocrita), -cida (omicida) e -ota (idiota).

            Come abbiamo visto, i nomi di cosa hanno un genere grammaticale fisso, determinato dall’uso linguistico: essi, perciò, sono sempre maschili o femminili, e non possono subire trasformazioni nel genere.

            Invece, i nomi che designano esseri animati possono avere i due generi, maschile e femminile, a seconda che indichino un essere di sesso maschile o un essere di sesso femminile. Il più delle volte la forma base di tali nomi è quella maschile e quindi, quando devono essere usati per indicare esseri animati femminili, devono essere trasformati in femminili.

            A seconda di come avviene il passaggio dalla forma maschile alla corrispondente forma femminile, i nomi che indicano esseri animati si suddividono in:

            nomi mobili: il sarto / la sarta; lo spettatore / la spettatrice;

            nomi indipendenti: il padre / la madre;

            nomi di genere promiscuo: il leopardo maschio / il leopardo femmina;

            nomi di genere comune: il preside / la preside.

                       

          2.1. I nomi mobili

           

            La maggior parte dei nomi di esseri animati sono mobili, cioè passano dal maschile al femminile mediante il cambiamento della desinenza o l’aggiunta di un suffisso, senza modificare  la radice o con modifiche minime determinate dalla necessità di conservare, ad esempio, il suono velare di c o di g (duca ® duchessa).

         

              2.1.1. I nomi in -o

            I nomi che al maschile terminano in -o passano al femminile prendendo la desinenza -a:

                        il figlio - la figlia

                        il bambino - la bambina                    

                        il gatto - la gatta       

                        il maestro - la maestra          

                        lo zio - la zia

                        lo zingaro - la zingara

            Alcuni  nomi in -o, però,  formano il femminile  aggiungendo  alla radice  il suffisso -essa:

                        il medico - la medichessa

                        il sindaco - la sindachessa

                        il deputato - la deputatessa

                        il diavolo - la diavolessa

                        l’avvocato - l’avvocatessa (o l’avvocata)

            Si tratta di nomi femminili ora in disuso, che hanno ormai assunto una connotazione ironica e scherzosa o addirittura spregiativa. Attualmente si preferisce perciò usare la forma maschile anche quando ci si riferisce a una donna:

                        Luisa Rossi, medico nell’ospedale di

           

2.1.2. I nomi in -a

I nomi che al maschile terminano in -a formano di norma il femminile aggiungendo al tema il suffisso -essa:

                        il poeta - la poetessa

                        il profeta - la profetessa

                        il duca - la duchessa

                        il papa - la papessa

            Ma questi casi sono in realtà più l’eccezione che la regola: poiché infatti la stragrande maggioranza dei maschili in -a sono nomi di tradizione dotta e non popolare, essi non si sono inseriti nell’usuale sistema di formazione del femminile mediante cambiamento di terminazione, e rimangono dunque invariati (Serianni 1989: 117).

            Nei quattro nomi elencati, i femminili poetessa, profettessa, duchessa designano o hanno designato delle figure esistenti nella vita reale, mentre papessa indica una qualifica solo virtuale e ipotetica, e si adopera perlopiù metaforicamente nel seno di ‘donna ricca e potente’, ‘donna che gode di particolare reverenza’ (Serianni 1989: 117).

            Non è così per i nomi che terminano in -cida e -ista (omicida, artista) e per alcuni nomi come pediatra, collega, atleta, nei quali la desinenza -a vale tanto per il maschile quanto per il femminile (vedi i nomi di genere comune).

2.1.3. I nomi in -e

           

I nomi che al maschile terminano in -e formano il femminile in due modi diversi. Alcuni mutano la desinenza -e in -a:

                        il signore - la signora

                        il padrone - la padrona

                        il cassiere - la cassiera

                        il giardiniere - la giardiniera

            Altri, per lo più indicanti professioni, cariche o titoli nobiliari e nomi di animali, aggiungono al tema il suffisso -essa:

            lo studente - la studentessa               

                        il presidente - la presidentessa         

                        il barone - la baronessa        

il principe - la principessa

l’oste - l’ostessa

il leone - la leonessa

            Altri, infine, presentano la stessa forma per il maschile e per il femminile e sono, quindi, nomi di genere comune:

                        il nipote - la nipote

                        il cantante - la cantante

                        il negoziante - la negoziante

                        il custode - la custode

            I nomi che al maschile terminano in -tore (i cosiddetti nomi di agente) formano il femminile, per lo più, in -trice:

                        lo scrittore - la scrittrice

            il pittore - la pittrice

            il tradittore – la tradittrice

            Alcuni nomi, invece, formano il femminile assumendo la desinenza -a:

                        il pastore - la pastora

                        il tintore - la tintora

                        l’impostore - l’impostora

            Il nome fattore assume di solito al femminile la forma fattoressa; ma nel significato di “persona che produce, che fa” presenta al femminile la forma fattrice.

            Alcuni nomi hanno, accanto alla forma in -trice, anche quella popolare e regionale in -tora:

                        il traditore - la traditrice o la traditora

                        il benefattore - la benefattrice o la benefattora

            Il nome dottore presenta al femminile la forma dottoressa.

            I nomi che al maschile finiscono in -sore (anch’essi nomi d’agente) sono adoperati raramente al femminile, ottenuto aggiungendo la desinenza -itrice alla radice del verbo da cui derivano:

                        il difensore - la difenditrice

                        il possessore - la posseditrice

            Professore fa professoressa (questo è l’unico sostantivo in -sore che ha una forma femminile molto comune nell’uso).

            Accanto alla forma in -itrice, alcuni nomi hanno anche quella in -sora, anch’essa rara:  

il difensore - la difenditrice o la difensora

                        l’uccisore - l’ucciditrice o l’uccisora

            Altri, invece, hanno solo la forma (rara) in -sora:

                        l’incisore - l’incisora

                        il predecessore - la predecessora

            Entrambe le forme di femminile, però, sono ormai cadute in disuso e si preferisce un’espressione di significato equivalente.

            Formano il femminile al di fuori degli schemi sopra registrati o modificando sostanzialmente la radice:

                        il dio - la dea                         

il doge - la dogaressa

                        l’eroe - l’eroina                     

l’abate - la badessa

                        il re - la regina                      

lo zar - la zarina

                        lo stregone - la strega                       

il gallo - la gallina ecc.

            2.2. I nomi indipendenti

           

            Sono detti indipendenti i nomi che presentano la caratteristica di avere forme di maschile e di femminile derivanti da radici completamente diverse, come in:

                        l’uomo - la donna                  

il genero - la nuora

il marito - la moglie              

il toro - la vacca

il padre - la madre                

il porco - la scrofa    

                        il babbo - la mamma              

il bue - la mucca

                        il fratello - la sorella            

il montone - la pecora

                        il frate - la suora                   

il fuco - l’ape

          In questa categoria rientrano anche gli aggettivi celibe (l’uomo non coniugato) e nubile (la donna non coniugata), che sono spesso usati come sostantivi.

            Non è difficile notare che questi nomi designano in prevalenza i gradi di parentela più stretti all’interno del nucleo familiare, dove la distinzione maschio / femmina è semanticamente (e culturalmente) molto marcata.

            In particolare:

            a) Frate e suora sono nomi che hanno origine nel sistema simbolico di relazioni della vita religiosa, in cui si è reciprocamente ‘fratelli’ e ‘sorelle’ in quanto tutti fifli del ‘Padre’ e tutti appartenenti alla stessa ‘famiglia’ della Chiesa ((Serianni 1989: 127).

            b) Babbo è la forma dell’uso toscano antico e moderno, ma ha buona diffusione anche nelle Marche, in Umbria e in Romagna. Contrasta nella lingua nazionale con papà, comune al Centromeridione e al Settentrione, forma probabilmente di origine francese (Serianni 1989: 127).

            Come abbiamo visto, anche alcuni nomi di animali sono indipendenti, ma il grado di indipendenza di questi nomi non è per tutti lo stesso: le forme con reale distinzione delle radici tra maschile e femminile sono fuco-ape, montone-pecora, toro-vacca; cui si aggiunge, quando il maschio non viene chiamato capro o caprone, la coppia becco-capra. In questi casi, si può notare che l’aspetto dell’animale maschio è sensibilmente differente da quello della femmina: inoltre il toro, il montone, il caprone spiccano di solito, come animali di riproduzione, in branchi o greggi composti per la stragrande maggioranza da femmine (Serianni 1989: 128).

                       

            2.3. I nomi di genere comune

Si dicono nomi di genere comune quei nomi che hanno un a sola forma nel maschile e nel femminile. Il genere è in questo caso specificato dall’articolo o dall’aggettivo che li accompagna: è un bravo cantante, ha visto tua nipote.

I nomi di genere comune sono:

- I participi presenti sostantivati:

            il cantante - la cantante

            il latitante - la latitante

            il mandante - la mandante

            un insegnante - un’insegnante

- I numerosi nomi in cui il suffisso -ante è stato produttivo al di fuori del suo originario ambito participiale (senza, cioè, che al nome in -ante corrisponda una radice verbale: è il tipo il barcciante, su cui ha condotto un ‘ampia indagine MIGLIORINI 1957: 109-134) :

            il birbante → la birbante

            il cruscante → la cruscante

            il negoziante → la negoziante

            il dettagliante → la dettagliante

In questi quattro casi, ad esempio, il nome si è formato rispettivamente da birba “briccone, mariuolo”; dal nome dell’Accademia della Crusca (e designa, oltre agli accademici stessi di quest’istituzione, che si ispira o si ispirava ai principi linguistici filofiorentini da essa propugnati; oggi ha senso ironico; da vendita al detaglio e, infine, da negozio.

- Alcuni nomi in -e:

            il nipote → la nipote                               

            il giudice → la giudice

            il consorte → la consorte                       

            il preside → la preside

            l’erede → l’erede                                    

            il vigile → la vigile

Alcuni di questi nomi in -e rientrano nella categoria dei nomi di professione, per cui talvolta si oscilla nella formazione del loro femminile. Per giudice, oltre che al solito maschile impersonale il giudice, si è avuto in antico la giudicessa (che designò, oltre a una “donna investita del compito di giudice”, la “governatrice di un Giudicato” nella Sardegna medievale). Oltre a la vigile urbana si usa frequentemente la vigilessa.

- I nomi in -ista:

            l’artista - l’artista                                         

            lo specialista - la specialista

            il pianista - la pianista                                  

            il velocista - la velocista

            il primatista - la primatista

            il giornalista - la giornalista

- I nomi in -cida:

            il matricida - la matricida

            il parricida - la parricida

            un omicida - un’omicida

            il suicida - la suicida

- I nomi in -iatra (dal greco iatrós “medico”, con un accostamento ai numerosi grecismi in -a):

            il geriatra → la geriatra

            l’odontoiatra → l’odontoiatra

            il pediatra → la pediatra

- Altri nomi in -a:

            l’atleta → l’atleta

            il collega → la collega

            l’ipocrita → l’ipocrita

            lo stratega - la stratega

Alcuni maschili in -a presentavano nell’italiano antico una desinenza normalizzata in -o: ipocrito, artisto, eremito, idolatro, legisto.

Oscillano tuttora stratega e stratego: stratego (che corrisponde esattamente al greco stratēgós; stratega dipende da una falsa ricostruzione, favorita da altri grecismi in -a ma anche da parole d’origine latina come auriga e collega) designa di preferenza un grado del comando militare dell’antica Grecia; stratega, “chi ha buone capacità strategiche”, anche in campo non militare.




            I nomi in -a, in -ista, in -cida presentano invece al plurale forme diverse per il femminile e per il maschile: gli atleti / le atlete, i pianisti / le pianiste, i suicidi / le suicide.

                                   

            2.4. I nomi di genere promiscuo

                       

            Tra i nomi di animali, alcuni si comportano come nomi mobili (orso / orsa;  leone / leonessa) e altri come nomi indipendenti (fuco / ape; toro / vacca). La maggior parte dei nomi di animali, però, sono di genere promiscuo, hanno cioè un’unica forma, maschile o femminile, per indicare tanto il maschio quanto la femmina:

                        la giraffa, la pantera, la volpe, la rondine ecc.;

                        il corvo, il delfino, il leopardo, il serpente ecc.

            In questi casi, per distinguere il genere “naturale” si aggiunge maschio o femmina:            

il leopardo maschio / il leopardo femmina

                        la volpe maschio / la volpe femmina

oppure:

                        il maschio del leopardo / la femmina del leopardo

                        il maschio della volpe / la femmina della volpe.

            Ci sono poi dei nomi zoologici che possono essere maschili e femminili, sempre nella medesima forma:

                          il serpe - la serpe, il lepre - la lepre.

             Tuttavia il maschile non si usa solo per il maschio e il femminile solo per la femmina, ma entrambi si adoperano sia per l’uno sia per l’altra. Perciò anche qui, se si vuole distinguere, bisogna specificare il sesso e dire:

                        il lepre maschio  -  il lepre femmina

                        la lepre maschio - la lepre femmina.

            I nomi promiscui, quando sono accompagnati dall’articolo e da ev entuali aggettivi e participi passati, esiguono che queste forme siano accordate secondo il genere grammaticale del nome, indipendentemente dal fatto che l’animale di cui si parla sia un maschio o una femmina: “I cacciatori uccisero un magnifico leopardo che stava allattando i suoi piccoli”.

            Nomi promiscui, anche se non indicano animali ma persone, sono anche i nomi una persona, un testimonio, una vittima: “Il dottor Rossi è una persona onesta”; “La prima vittima delle mie ironie sarà Paolo”.

            I nomi promiscui sono perlopiù nomi di animali selvatii. Con molti animali d’allevamento e in genere con quelli domestici il sesso è adeguatamente segnalato: nel primo caso a determinare la distinzione sono la sensibile differenza di aspetto e soprattutto l’importanza ai fini economici della riproduzione: nel secondo, il fatto che si tratta di animali che vivono all’interno del nucleo familiare umano, e con i quali abbiamo un rapporto assai più diretto e frequente (basato inoltreesclusivamente sull’affettività): sono animali che fanno parte della “famiglia”, e dunque godono delle stesse distinzioni grammaticali degli altri esseri animati, gli umani (Serianni 1989: 129).

Inoltre:

            a) Di oca, che nella lingua letteraria è perlopiù di genere promiscuo, esiste un maschile oco, ‘il maschio dell’oca’, in antico e tutt’oggi in molti dialetti.

            b) Nella lingua antica, per indicare il gatto, si adoperava prevalentemente il femminile. Quest’uso è rimasto cristalizzato in alcune locuzioni e proverbi come gatta cieca (gioco dello anche ‘mosca cieca’), avere una gatta da pelare ‘dover sbrogliare una situazione difficile e rischiosa’ ecc. (Serianni 1989: 129).

            2.5. Il femminile dei nomi di professione

Il settore dei nomi professionali è particolarmente soggetto a discontinuità e si possono osservare più da vicino le modalità più notevoli per formare il femminile da nomi maschili in -o , in -a e in -e.

Le incertezze della grammatica su questo punto dipendono da ragioni extralinguistiche: ossia dal processo di trasformazione sociale compiutosi nell’ultimo secolo, e tuttora in pieno svilippo, che  ha visto le donne affermarsi in campi e attività  un tempo loro preclusi. Così ad antichi nomi di mestiere come sarta, maestra, pastora, tintora ecc. si sono affiancati nomi come studentessa, avvocatessa, deputata, presidentessa, e non sempre il processo di adeguamento linguistico alle nuove realtà professionali è stato uniforme.

Il problema della formazione di un femminile non sussiste per la maggior parte dei nomi in -tore → -trice, dove il suffisso femminile si è imposto fin da epoca antica:

l’attore - l’attrice                  

il senatore - la senatrice

il redattore - la redattrice     

lo scultore - la scultrice

Dottoressa è invece la forma oggi comune per il femminile di dottore: contro dottoressa s’era proposto dottora “perché dottoressa e saccente son press’a poco sinonimi” (Romanelli 1910: 13), ma oggi l’effetto sarebbe quello inverso (ironico o spregiativo risulterebbe proprio dottora).

A parte i casi in cui il femminile in -essa  si  è stabilmente affermato (dottoressa, professoressa, studentessa, ecc.), va detto che le forme così suffissate sono oggi tra quelle, se così si può dire, più incriminate di lesa parità dei diritti, in quanto questo suffisso è stato spesso adoperato con senso peggiorativo (sonettessa, discorsessa) ed inoltre in epoca antica esso designava normalmente la “moglie di chi esercita la funzione e non già chi è idonea a esercitarla direttamente” (LEONE  1966a: 66). Un secolo fa, secondo la testimonianza del Fornaciari, “la terminazione -essa era preferita a tutte le altre nell’uso comune, quando si debba estendere a donna o una professione o una dignità proprie soltanto dei maschi” (Fornaciari 1881: 18-19; forme citate: avvocatessa, canonichessa, esatoressa, ecc.): ma, poiché i movimenti femminili dell’ultimo secolo hanno rivendicato alle donne il diritto di esercitare certi ruoli professionali con piena parità giuridica ed economica, è giocoforza che un tipo di femminile come quello in -essa abbia progressivamente perso vitalità e produtività. Oggi resistono incontrastati quasi solo quegli antichi nomi che indicano dignità nobiliare: baronessa, contessa, duchessa, principessa.

            Fino a pochi decenni fa presidentessa indicava solo la  “moglie del presidente” (MIGLIORINI 1938 : 22), e gli si è ora affiancato, ma senza sostituirlo del tutto, l’ambigenere presidente: “la presidente della Camera Nilde Iotti ha trovato tempo e modo di fare la seguente osservazione”  (“La Stampa”, cit. in BRUNET 1982: 143).

Tutt’oggi, il femminile in -trice ambasciatrice designa tanto una “donna che ricopre incarichi diplomatici presso paesi esteri” quanto la  “moglie dell’ambasciatore”.

Identico è il caso di governatrice che può valere “moglie del governatore”.

Scherzoso il commendatoresse “mogli di commendatori” che si legge in De Marchi (“tranne le poche commendatoresse, che soffiavano la prosopopea, le altre signore, quasi tutte milanesi, appartenevano al ceto medio.” Demetrio Pianelli, 45). Ma anche altri femminili “professionali “sono disusati (tranne il primo) o adoperati solo ironicamente: deputatessa, ministressa (“non più qualche deputatessa e ministressa ma tutti i parlamenti e tutti i governi debbono esser formati da donne” Papini) filisofessa (cui si preferisce il femminile in -a: “Elizabeth Badinter, filisofa, docente di sociologia presso l’Ecole Polytéchnique di Parigi”, “Coriere della Sera”, 7.3.1987, 9).

Accanto a questi tipi tradizionali  di formazione del femminile di professione ne troviamo due di più recente affermazione: l’aggiunta al maschile del determinatore donna (sopratutto per attività  in cui la parificazione dei ruoli è di recente o recentissima data) e quello che potremmo chiamare il neutro di professione, ossia il generale ricorso al maschile. Abbastanza diffuso, in concorrenza con poliziotta, è ad esempio donna poliziotto: “ho incontrato due donne-poliziotto”; “la sua fidanzate è poliziotta”; donna soldato (accanto a soldatessa): “una donna soldato è stata ferita”; donna magistrato: “una donna magistrato è stata acusata di pratiche scorrette”; donna giudice: “questa donna giudice è corrotta”.

Il tipo donna-x ha evidentemente lo svantaggio di mettere in risalto l’elemento donna, visto come insolito e nuovo, rispetto alla funzione professionale in sé.

L’uso di lasciare invariato al maschile il nome di professione si ha invece quando il significato della funzione o della carica, in senso astratto od onorifico, prevale rispetto alla designazione del sesso di chi la esercita. Infatti, mentre chi dice donna soldato, donna poliziotto, ecc. intende evidenziare l’eccezionalità di una presenza femminile in mestieri tradizionalmente maschili. La qualifica professionale enunciata con un maschile tende a mettere in secondo piano il sesso del suo portatore.

Il risultato è che proprio il modo più apparentemente maschilista di indicare un nome di professione femminilw, quello che ricorre solo al maschile gramamticale, finisce con l’essere, perlomeno nelle intenzioni di chi parla o scrive, il più neutro; risultato non troppo paradossale, se teniamo presente che, in italiano e in altre lingue romanze, il maschile è storicamente il termine non marcato dei genreri. Infatti esso serve:

            a) per indicare il genere maschile reale (prete, toro);

b) per il semplice maschile grammaticale (muro);

c) per espressioni “astratte” in cui il latino avrebbe impiegato il genere neutro (“l’estetice è la scienza del bello”);

d) per indicare in genere la specie in opposizione agli individui, sia maschi sia femmine: l’Uomo ‘la razza umana’, il Cavallo ‘la specie equina’, ecc. (cf. Serianni 1989: 121)

2.6. Nomi in -tore

I nomi di professione che al maschile terminano in -tore formano il femminile in -trice:

            aratore - aratrice                                          

            pittore - pittrice

            imperatore - imperatrice                               

            lettore - lettrice

            calciatore - calciatrice                                  

            scrittore - scritrice

Questi nomi si dicono anche nomi d’agente, perché  designano chi compie un’azione, i parlanti identifivano facilmente nel lettore “colui che legge” e nel calciatore “colui che gioca al calcio”, ecc.

Dottore fa al femminile dottoressa: non viene però più sentito come vero e proprio nome d’agente, mentre nell’italiano antico era ben trasparente il significato di “colui che dà insegnamenti, chi impartisce dottrina, che guida il prossimo” (si pensi al dantesco: “nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore”, Inferno,V 121-123).

Non sempre nei nomi d’agente in -tore / -trice il rapporto con il vero corrispondente è identificabile nello stesso modo o con la stessa facilità. Si possono distinguere quattro gruppi sulla base della motivazione e della trasparenza operanti nella coscienza linguistica dei parlanti:

1. motivazione e trasparenza sono compresenti: portare → portatore e portatrice; lavare → lavatore e lavatrice.

2. forte motivazione ma trasparenza debole: dirigere → direttore  e direttrice; il rapporto tra il significato del verbo e del nome è evidente, ma essi si formano da una radice distinta: dirig-/ dirett-;

3. motivazione  e  trasparenza presenti solo in astratto, in quanto risalenti ad una fase antica: spettatore si forma ad esempio dalla radice spett- di spettare ma questo verbo solo in latino voleva dire “ossevare” (SPECTARE “osservare” → SPECTATOR “osservatore”: chi guarda uno spettacolo);

4. assenza di motivazione e di trasparenza: il nome attore è solo vagamente in rapporto di contiguità semantica con agire, e manca il rapporto morfologico: att- / ag-; vi era un rapporto continuo nel latino AGERE - ACTUS → ACTOR che si è interrotto nell’italiano agire / attore.

Il femminile in -trice si adopera anche, sottintendendo macchina, in incubatrice, locomotrice, mitragliatrice, scrematrice. Così una cucitrice può essere una “donna che esegue per mestiere lavori di cucito” ma anche una “macchina per cucire”.

Nel suffisso -trice la desinenza -e non reca un esplicito contrassegno del femminile, e di conseguenza la lingua popolare tende ad utilizzare il maschile -tore, mutandone la terminazione in  -a. Si ha in questi casi un opposizione -tore / -tora, più regolare e immediata: il fattore – la fattora ; il tessitore – la tessitora.

Questo tipo di alternanza è limitato ai nomi d’agente, dove è legato al genere reale, e non ha luogo con i nomi di macchina: così lavatrice può indicare si la “donna che lava” sia la “macchina che lava”.

L’uscita -tora è l’unica possibile in pastore → pastora, tintore → tintora, impostore → impostora.

Fattora e fattoressa si oppongono a fattrice: fattora è il raro femminile di fattore “amministratore di proprietà agricole”; fattrice vale “femmina di animale di razza adibita alla riproduzione”.

In altri casi le forme in -tora suonano popolari o antiquate: tale è per esempio la stiratora che si legge negli ottocenteschi Dialoghi di E. L. Franceschi, XXII.

Talvolta il suffisso -itrice, non avendo mai avuto una vera diffusione popolare, è e stato erroneamente recepito come maschile: è il tipo “allegri cantatrici” (CORTELAZZO 1972: 110) studiato da Migliorini 1957: 129-134.

2.7. Nomi in -sore

I nomi di professione che al maschile terminano in -sore (perlopiù nomi d’agente deverbali: aggredireaggressore, chi aggredisce), formano quasi sempre il femminile in -itrice, partendo dalla radice dell’infinito, terminante per d: difensore (difendere) → difenditrice, offenssore (offendere) → offenditrice, trasgressore (trasgredire) → trasgreditrice.

Professore fa al femminile professoressa. Incisore ha invece il femminile in
-sora, ma si tratta di una forma rarissima: incisora. Il suffisso popolare -sora si affianca talvolta a -itrice: uccisore ucciditrice e uccisora (e così, anticamente, offenssora, difensora, ecc.).

Conviene comunque ricordare che i femminili aggreditrice, difenditrice, offenditrice ecc., per quanto normalmente adoperati e classificati come femminili delle corrispondenti forme aggressore, difensore ecc., presuppongono in realtà quasi sempre varianti in -tore disusate o meno usate: difenditoredifenditrice, offenditoreoffenditrice, e via dicendo.

Osservazioni:

1. Il femminile avvocata si adopera nella lingua della devozione nel senso di colei che intercede per i fedeli, protettrice, ed è attribuito quasi sempre alla Madonna: “Avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi”.

2. Diavolessa è la forma con cui nella lingua letteraria si designa un “demonio femina” in opposizione a diavola, che di preferenza si adopera in espressioni come “una buona diavola”, “una povera diavola”.

3. Il raro femminile idolessa designa nella tradizione letteraria quasi sempre la “donna amata”.

4. Medichessa, oggi dessueto, ha qualche esempio recente “quando seppe che ero medichessa, rimasse zitto” (Levi, Cristo si è fermato a Eboli, 77); ma più spesso, come altri nomi di professione in -essa è stato usato con senso peggiorativo: “questa donna mi pare una di quelle / donne saccenti, che noi troviam spesso / per queste e quelle case / far delle medichesse / e delle faccendiere” (Buonarroti il Giovane).

2.8. Il femminile dei nomi propri di persona

I nomi propri di persona di genere maschile si trasformano in femminili cambiando in -a la desinenza del nome maschile. Adriano – Adriana, Giovanni – Giovanna, Simone – Simona.

Taluni nomi che, di solito, sono considerati più appropriati per un maschio si trasformano in femminili assumendo un suffisso diminutivo: Andrea – Andreina, Giuseppe – Giuseppina (ma anche Giuseppa), Cesare – Cerarina, Nicola – Nicoletta. In questo modo tutti i nomi maschili, anche quelli sentiti come più appropiati a maschi, possono essere resi femminili e i nomi attribuiti solo a maschi sono rarissimi: Abele, Dante, Walter, Rocco e pochi altri. Numerosi, invece, sono i nomi femminili che sono sentiti come appropriati solo a persone di sesso femminile e, quindi, non sono usati al maschile: Ada, Alice, Anna, Beatrice, Elisabetta, Eva, Grazia, Maria, Rita e simili.

A ben guardare, si tratta di un caso diverso da quello dei nomi comuni del tipo eroe-eroina. Quasi mai, infatti, il femminile in -ina, -ella, ecc. è l’unica scelta possibile, e la percentuale di femminili formati con diminutivo rispetto a quelli normalmente derivati in -a varia di nome in nome. In particolare:

a) Il femminile suffissato è pressoché obbligatorio con i nomi propri che al maschile escono in -a: Andrea – Andreina (o Andreana).

b) Negli altri casi il ricorso al diminutivo, benché frequente, è perlopiù facoltativo. Tra i nomi che lo presentano abitualmente ricordiamo: Alfonso – Alfonsina, Cesare – Cesarina, Giuseppe – Giuseppina. (Serianni 1989: 125).

3. Resti del neutro latino

           

La lingua latina aveva tre generi: il maschile, il femminile e il neutro. Schematizzando e semplificando, si può dire che gli esseri animati erano maschili o femminili e gli esseri inanimati erano neutri. Ma le parole che si allontanavano da questo criterio distributivo erano molte, fin dai tempi più remoti della storia del latino.

Nel passaggio dal latino alle lingue romanze il neutro si perse, e le parole che appartenevano a questo genere furono trattate come maschili. Questo avvenne anche perché la gran parte dei termini neutri aveva un’uscita tale da fondersi e confondersi facilmente con quella del maschile.

Alcuni plurali neutri uscenti in -a sono stati interpretati come femminili singolari. Per esempio, dal latino FŎLIA (che era il neutro plurale di FŎLIUM “foglio”, e dunque significava “i fogli”) in italiano si è avuto il femminile singolare foglia; da  MIRABĬLIA (che era il neutro plurale dell’aggettivo MIRABĬLIS, -E “ammirevole”  e dunque significava “cose ammirevoli”) in italiano si è avuto il femminile singolare meraviglia; dal latino PĔCORA (che era il neutro plurale di PĔCUS “bestia”, e dunque significava “bestie”, “bestiame”) in italiano si è avuto il femminile singolare pecora.

Per quel che riguarda il maschile e il femminile abbiamo:

            - i nomi degli alberi appartenenti alla seconda declinazione (fagus, fraxinus, pinus, ecc.) in latino erano femminili. In italiano sono diventati maschili: il faggio, il frassino, il pino, ecc.;

            - il sostantivo acus, apparteneva alla quarta declinazione, era di genere femminile. In italiano è diventato maschile: l’ago.

Il neutro, ad ogni modo, non è scomparso del tutto dall’italiano: ne rimangono vari relitti. In particolare, alcune parole maschili singolari in -o presentano due plurali: uno maschile in -i, l’altro femminile in -a, ciascuno con significati e usi specifici: il braccio (i bracci / le braccia), il cervello (i cervelli / le cervella), il fondamento (i fondamenti / le fondamenta) ecc. Questi doppi plurali si spiegano per il fatto che le rispettive parole erano, in latino, di genere neutro: brachium, cerebellum, fundamentum. La loro uscita, al plurale, era -a: brachia, cerebella, fundamenta.

Nel passaggio dal latino all’italiano tutte queste parole sono diventate maschili e hanno avuto un regolare plurale maschile in -i; i plurali in -a sono relitti del plurale neutro latino, e sono stati trattati come femminili (le braccia, le cervella, le fondamenta) perché la -a è una desinenza tipica del femminile.

Nell’italiano antico i casi di sopravvivenza del neutro plurale dei nomi erano molto più numerosi che nell’italiano attuale. In scrittori medievali e cinquecenteschi si incontrano femminili plurali in -ella, come le castella, le coltella, le martella; in testi medievali si incontrano femminili plurali in -ora, come le corpora, le luogora, le pratora. Entrambe queste serie sono riconducibili al fenomeno generale della sopravvivenza del neutro plurale latino in -a.

Come i resti delle forme flessionali latine, così anche i resti del genere neutro si possono dividere in due gruppi, a seconda che le loro forme siano rimaste funzionanti o che siano invece conservate come fossili. Quelli appartenenti al primo gruppo non vanno intesi come resti del neutro funzionanti ancor oggi in qualità di genere neutro opposto agli altri due, bensí come forme che provengono dal neutro latino, ma esprimono oggi altre funzioni.

Il gruppo dei resti funzionanti comprende i plurali neutri delle classi II (in /a/, nella lingua letteraria antica e moderna e nei dialetti) e III (in /ora/, nella lingua letteraria antica e nei dialetti); il gruppo dei fossili comprende i neutri della classe II, diventati singolari femminili.

Le forme dei plurali neutri in /a/ funzionano oggi come uno dei due plurali possibili di alcuni sostantivi maschili in /o/. Giacché i sostantivi in /o/ sono la continuazione sia dei maschili sia dei neutri latini, e poiché nel latino tado e nell’italiano antico ci sono state diverse estensioni analogiche, tanto i sostantivi risalenti ai neutri latini quanto quelli risalenti ai maschili possono avere le due forme del plurale: negli originali maschili la forma in /i/ è quella primaria, la forma in /a/ quella analogica; nei neutri, la forma in /a/ è primaria, quella in /i/ analogica (cf. Tecavčić II 1982: 92-93):

DIGITU (m.)                 DIGITI > diti                           DIGITA > dita

BRACCHIU (n.)            BRACCHIA > braccia           (BRACCHI) > bracci

Per quanto riguarda il significato, le due forme del plurale si oppongono, in alcuni sostantivi, in base a sèmi valevoli nell’ambito del plurale, mentre in altri si tratta di polisemia anche nel singolare. Cf. i punti 3.1 (Nomi maschili al singolare, femminili al plurale) e 3.2. (Nomi solo maschili al singolare, maschili e femminili al plurale) di sotto.

          3.1. Nomi maschili al singolare, femminili al plurale

           

Si tratta di un sistema più complesso, che non costituisce modelli produttivi, rappresentato da nomi come:

            l’uovo → le uova

            il lenzuolo → le lenzuola

            migliaio → migliaia

            miglio → miglia

            paio → paia

            L’origine di questi plurali è da ricercarsi nei neutri plurali in -A da singolari in
-UM latini, allo stesso modo dei plurali in -a dei nomi con doppio plurale del tipo i bracci – le braccia. Nella lingua antica, e oggi in alcuni dialetti, si ha il plurale maschile ovi e il femminile ove: “se voleno cibare spesso [] e di buon nutrimento, come suono ove fresche, caponi” (Savonarola).

Per quanto riguarda i plurali in /a/, si tratta spesso di sostantivi che indicano parti del corpo (umano o degli animali) abbinate: ginocchia, labbra, ciglia, braccia ecc. Non sono pochi tuttavia i sostantivi che hanno un plurale in /a/ senza indicare entità abbinate: miglio – miglia, dito – dita ecc.

           



3.2. Nomi solo maschili al singolare, maschili e femminili al plurale

Presentano due forme di plurale parecchi nomi maschili uscenti in -o che, oltre il plurale normale in -i, ne hanno un altro con desinenza in -a, di genere femminile. Quanto al significato, la forma di plurale maschile ha, di solito, significato figurato, mentre la forma di plurale femminile viene usata in senso proprio. Tuttavia, nell’italiano di oggi tale differenza non è osservabile in tutti i casi.

Per quanto riguarda il significato, le due forme del plurale si oppongono, in alcuni sostantivi, in base a sèmi valevoli nell’ambito del plurale, mentre in altri si tratta di polisemia anche nel singolare. Ad esempio:

dito – dita (collettivo)                        opposizione collettivo/specifico valevole

           diti (specificato)          entro il plurale

Nella lingua antica accanto a coltelli esisteva coltella, accanto a nidi esisteva nida ecc. (cf. Tecavčić II 1982: 93).

In alcuni sostantivi la differenza fra i due plurali è caratterizzata dalla distinzione fra il senso proprio e quello figurato; ad esempio budella – budelli.

I principali nomi maschili in -o con due forme di plurale sono:

            il braccio        - i bracci (di un fiume, di una poltrona ecc.)

                                    - le braccia (del corpo umano)

            il budello        - i budelli (tubi; vie lunghe e strette)                        

                                    - le budella (gli intestini)      

            il calcagno      - i calcagni (dei piedi, delle calze)

- le calcagna (in locuzioni del tipo: avere qualcuno alla

calcagna)

            il cervello       - i cervelli (gli ingegni, le menti)

                                    - le cervella (materia cerebrale)

            il ciglio           - i cigli (di una strada, di un fosso)

                                    - le ciglia (degli occhi)

            il corno           - i corni (strumenti musicali)

                                    - le corna (degli animali)

            il dito              - i diti (considerati distintamente l’uno dall’altro)                                                   - le dita (della mano, considerate nel loro insieme)

            il cuoio            -  i cuoi (pelli conciate)

                                    - le cuoia (tutta la pelle umana, in frasi come: tirare, stendere le                                                     cuoia “morire”)       

            il filamento     - i filamenti / le filamenta (senza differenza di significato)

            il filo               - i fili (dell’erba, della luce ecc.)

- le fila (di una congiura, del formaggio fuso)

            il fondamento - i fondamenti (di una scienza)

                                    - le fondamenta (di una costruzione)

            il fuso              - i fusi (rocchetti della filatura; i fusi orari)

                                    - le fusa (in frasi come: il gatto fa le fusa)

            il gesto                        - i gesti (i movimenti)

                                    - le gesta (le imprese)

            il ginocchio     - i ginocchi / le ginocchia (senza differenza di significato)

            il grido                        - i gridi (degli animali)

                                    - le grida (dell’uomo)

            il labbro          - i labbri (di una ferita, di un vaso ecc.)

                                    - le labbra (della bocca)

            il lenzuolo       - i lenzuoli (presi uno per uno)

                                    - le lenzuola (considerate a paia)

            il membro        - i membri (della famiglia ecc.)

                                    - le membra (del corpo umano, nel loro complesso)

            il muro                        - i muri (di una casa)

                                    - le mura (di una città)

            l’osso              - gli ossi (di un animale macellato)

                                    - le ossa (l’ossatura di un essere vivente)

            l’urlo               - gli urli (soprattutto degli animali)

                                    - le urla (dell’uomo)

            il vestigio        - i vestigi / le vestigia (senza differenza di significato)

4. Falsi cambiamenti di genere

Alcuni nomi di cose presentano una opposizione -o/-a nelle desinenze, come se fossero la forma maschile e la forma femminile della stessa parola. In realtà, la diversa desinenza non distingue i due nomi solo nel genere grammaticale, ma ne distingue anche il significato.

            In questo caso si tratta di falsi cambiamenti di genere, perché quella che sembra una coppia maschile/femminile è costituita da nomi diversi che nella forma maschile significano una cosa e nella forma femminile un’altra.

            I. In taluni casi, le due forme quella maschile e quella femminile appartengono chiaramente alla stessa radice e sono la conseguenza di una differenziazione morfologica e semantica che ha portato i due nomi derivanti dalla stessa radice a specializzarsi, con desinenze diverse, per indicare due cose più o meno diverse. È il caso, ad esempio, di nomi come:

            il buco (“foro”)                                   la buca (“fossa nel terreno”)

            il corso (“flusso, strada”)                   la corsa (“atto del correre”)

            il pezzo (“piccola parte”)                   la pezza (“di stoffa”)

            il manico (inpugnatura)                      la manica (parte dell’abito)

            il palo (elemento del terreno)                        la pala (attrezzo)

            il panno (stoffa)                                 la panna (parte grassa del latte)

            il suolo (“terra”)                                 la suola (della scarpa)  ecc.

            Il modo in cui si formano queste coppie di nomi è quasi sempre lo stesso: si parte da una fase in cui l’uso di uno stesso termine al maschile o al femminile è pressoché indifferente, e poi, col procedere del tempo, maschile e femminile cominciano ad adoperarsi per accezioni e significati distinti, finché la distanza semantica diviene tale che si può parlare di due nomi indipendenti.

            Si veda il caso di panno / panna, in cui la differenza semantica tra i due membri è massima: la panna, in antico, era in senso proprio il “panno” grasso che si forma alla superficie del latte, ma del nome femminile si conosceva anche il significato ‘panno, pezza, pezzuola’ (Serianni 1989: 112-113).

                               

II. In altri casi, invece, le due forme maschile/femminile hanno anche un’origine completamente diversa e l’uguaglianza delle loro radici è soltanto apparente. È il caso di nomi che, per questa loro caratteristica, sono spesso usati nei giochi di parole:

                        l’arco (“arma primitiva”)      l’arca (“scrigno, forziere”)

                        il colpo (“urto, percossa”)      la colpa (“mancanza”)

                        il pianto (“versare lacrime”)  la pianta (“albero, mappa”)

                        il torto (“sopruso, colpa”)      la torta (“dolce”) e simili.    

                        maglio (“martello”                 maglia (“indumento”)

            La radicale differenza di significato che sussiste in queste coppie di nomi è dovuta alla differente etimologia di ciscuno dei due membri: il MALLEUS ‘martello’ (> maglio) e la MACULA rete a maglie larghe’ (> maglia) erano insomma in latino due nomi del tutto indipendenti per forma e significato, che solo l’evoluzione fonetica ha condotto a somigliarsi esteriormente. Ma immutata resta la distanza tra le nozioni significate, tanto che in questi casi si dovrebbe parlare di alternanza apparente.

III. Alcuni nomi, poi, presentano addirittura due forme perfettamente uguali, una di genere maschile e una di genere femminile, con significati completamente diversi. In questo caso si tratta dei cosiddetti omofoni:

            il boa (serpente)         la boa (galleggiante)

                        il fine (scopo)             la fine (termine)

                        il lama (animale)        la lama (oggetto tagliente) ecc. 

            In questi casi soltanto l’articolo specifica il genere e quindi il significato del nome. In una frase di un discorso, invece, è il contesto che, anche in assenza dell’articolo, permette di stabilire il significato del nome e quindi il suo genere.

                                                           

IV. Pochi nomi hanno due forme di genere diverso, una maschile e una femminile, ma senza sostanziale differenza di significato:

                        il secchio / la secchia

                        l’(o) orecchio / l’(a) orecchia

                        il tavolo / la tavola ecc.

            Altri nomi, infine, hanno due forme, una maschile e una femminile, perfettamente identiche per forma e per significato. Si tratta di nomi che possono essere usati indifferentemente come maschili o come femminili:

                        il carcere / la carcere ecc.

                                                           

V. Non è raro il caso che si abbia un cambiamento di genere anche nella formazione dei diminutivi e degli accrescitivi per suffissazione: il cambiamento di genere contrassegna, cioè un alterato rispetto al nome semplice. In alcuni casi a un nome femminile corrisponde un alterato maschile:

la camera – il camerino

la stanza – lo stanzino

l’isola – l’isolotto

in altri, meno frequenti, accade l’inverso:

                        il velo – la veletta

                        il carbone – la carbonella.

                                       

            VI. Vi sono altri nomi che possono occasionalmente modificare il loro genere:

                        la figura – il figuro

                        una cosa – un coso

                        il brodo – la broda ecc.

            In questi casi, oltre che un cambiamento del significato, l’alternanza del genere implica una connotazione spregiativa. Aumento delle dimensioni, cambiamento di genere e senso spregiativo possono andare di pari passo: se infatti una pennellessa e una coltella (o coltellessa) designano semplicemente un ‘pennello a spatola molto larga’ e un ‘coltello da macellaio di particolari dimensioni’, articolessa e sonettessa significano l’uno un ‘articolo di giornale lungo e noioso’, l’altro un ‘sonetto doppio’ e, per estensione, un ‘sonettaccio da quattro soldi’ (Serianni 1989: 114).

            VII. Altri rapporti possibili sono:

            a) strumento e relativa operazione (bilancia / bilancio, lancia / lancio);

            b) possessore e cosa posseduta (chierico / chierica, gobbo / gobba);

            c) cosa producente e cosa prodotta (canapa, cabapo, punta / punto);

            d) sineddoche (il tutto per la parte: pendola / pendolo, famiglia / famiglio).

            VIII. Alcuni nomi mutano il loro significato col mutare del genere, ma consevano la stessa forma:

            il capitale ‘somma di denaro’            -  la capitale ‘ città principale di uno stato’

            il fine ‘scopo di un’azione’     -  la fine ‘termine di un evento’

            la fonte ‘vasca battesimale’   -  la fonte ‘sorgente, origine’

            il pianeta ‘corpo celeste’       -  la pianeta ‘paramento sacerdotale’

            il prigione ‘prigioniero’         -  la prigione ‘luogo di reclusione’

            Osserviamo (con Serianni 1989: 114-115):

            a) Nell’italiano antico e nel linguaggio poetico tradizionale il fine e la fine potevano alternanrsi nel senso di ‘momento’, ‘punto terminale’ (ancor oggi fine è maschile nella locuzione cristallizzata il lieto fine).

            b) Il prigione ‘prigioniero’ è disusato, ma rimane in corso per designare i celebri Prigioni michelangioleschi.

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I N D I C E

Introduzione . p.   2

1. I generi latini e i generi italiani . p.   4

2. L’espressione del genere nell’italiano contemporaneo . p.   7

2.1. I nomi mobili .. p. 13

2.1.1. Nomi in -o p. 14

2.1.2. Nomi in -a ………………………………………………………….. p. 14

2.1.3. Nomi in -e ………………………………………………………….. p. 15

2.2. I nomi indipendeti p. 17

2.3. I nomi di genere comune . p. 18

2.4. I nomi di genere promiscuo p. 20

2.5. Il femminile dei nomi di professione . p. 22

2.6. Nomi in -tore   p. 24

2.7. Nomi in -sore   p. 26

2.8. Il femminile dei nomi propri di persona .. p. 27

3. Resti del neutro latino p. 28

3.1. Nomi maschili al singolare, femminili al plurale p. 30

3.2. Nomi solo maschili al singolare, maschili e femminili al plurale .. p. 30

4. Falsi cambiamenti di genere .. p. 33

Bibliografia .. p. 37

Indice p. 39

           






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